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Calle
de la pietà
Arsenale Rosebud, 02/06/10
- Gian Giacomo Petrone
L’ultimo giorno di
vita di Tiziano Vecellio, tra il 26 ed il 27 agosto 1576, scandito dalla
lotta contro la malattia, la peste, che lo condurrà alla morte
insieme a migliaia di altri veneziani, ma soprattutto contro l’oblio,
nella disperata ricerca di un segno, di una traccia, che gli consentano
di testimoniare in modo persistente il suo passaggio fra le schiere dei
viventi. Accanto a lui una figura femminile, compagna e musa dei suoi
ultimi giorni, che, muta, lo tiene legato alle ultime stille di vita,
mentre lui è intento a dipingere la Pietà, un’opera
di cui egli stesso è committente (il quadro avrebbe dovuto adornare
la cappella della Crocifissione dei Frari, ove intendeva essere sepolto)
e che, come è noto, rimarrà incompiuta (il quadro verrà
completato da Palma il Giovane). Accanto alla vicenda del pittore, si
snodano in parallelo quelle degli appestati rinchiusi nell’isola
del Lazzaretto Nuovo, anonimi, emarginati e soprattutto dimenticati, pur
essendo ancora in vita. Anch’essi tentano ostinatamente di resistere
non tanto alla morte, quanto alla ferocia del tempo che tutto cancella
ed annichilisce. Anch’essi decorano, come afferma Brenta, “[…]
i muri con scritte, piccoli disegni, figure simboliche, brevi diari o
soltanto nomi. Tracce disperate abbandonate al tempo e contro il tempo,
anch’esse come tante anonime Pietà”.
Calle de la Pietà non è, però, un film di finzione,
né una ricostruzione storica, bensì una riflessione sullo
scarto incolmabile che il tempo, ogni tempo, scava nelle nostre esistenze,
nonché l’emergere della necessità, dell’urgenza,
di testimoniare l’assenza irrecuperabile di ciò che sfugge
al controllo dell’uomo: i frammenti di presente/i (più o
meno antichi), che abbracciati insieme costituiscono però anche
l’interezza e la pienezza della vita. Ancora Brenta: “All’inizio
l’idea era quella di fare un film di finzione, ma le idee, si sa,
spesso cambiano. Fare un film sul passato, che ne sia in qualche modo
soltanto la ricostruzione, non ha molto senso: rischia di essere qualcosa
di falso, di polveroso…”
Altre due o tre cose su Calle de la Pietà.
Una presenza femminile abita Venezia, la percorre, la osserva e, baciata
dalla luce del sole, a sua volta si lascia osservare dall’occhio
discreto, ma intenso, della macchina da presa. Una reciproca dichiarazione
d’amore. È Karine de Villers, regista e, ad un tempo, vera
protagonista del film realizzato insieme al compagno della vita: Mario
Brenta. È suo lo sguardo che, complice e vivamente partecipe, la
segue e se ne fa ammaliare, facendosi da lei condurre alla scoperta del
segreto dell’esistenza. L’artista, prigioniero dell’umana
mania di toccare l’eterno, di parteciparne in qualche modo, è
costretto a prendere atto dell’inanità dei propri sforzi:
l’immortalità non gli appartiene, ma, trasferita alla propria
opera, è ad essa soltanto (e solo in taluni rari e propizi casi)
che spetta. Una volta iniziata, l’opera principia un’esistenza
autonoma rispetto all’autore; egli non ne è mai il padrone
né il controllore, tant’è che, a volte, non è
scritto nel suo destino che egli riesca a portarla a termine. L’illusione
di bloccare il tempo, di uccidere la morte, universalizzata nel mito di
Sisifo, si scontra ineluttabilmente con l’essere mortale che connota
l’umano. Il nome dell’artista potrà talora essere scolpito
nella pietra, anziché essere vergato sulla sabbia, ma la sua vita
avrà una conclusione, così come quella di tutti gli altri
esseri viventi.
È in altre forme di mania (secondo l’etimo greco, che indica
la possessione ad opera delle divinità) che l’uomo in quanto
tale può accettare la propria condizione di mortale ed in qualche
modo trascenderla, anche se mai del tutto vittoriosamente. Attraverso
Mnemosyne, Memoria, ed Eros, Amore, è data all’uomo la possibilità
di vivere la dimensione temporale e quella esistenziale in modo diverso
e vitale, non soltanto deviando il proprio sguardo rispetto all’esito
inevitabile che lo attende, ma soprattutto calandosi nella doppiezza costitutiva
della vita: massimamente distante e ad un tempo contigua rispetto al dissolvimento
finale. È proprio a questa doppiezza che fa riferimento l’epitaffio
finale del film: “Vivere di morte. Morire di vita”. Indissolubile
legame e coappartenenza reciproca di questi due stadi dell’esistenza.
Tutta l’opera infatti è percorsa da queste due forze che
coabitano il mondo. La vita: la donna in primis, musa e testimone, gli
uomini, (turisti, bancarellisti, passanti), gli animali (vero trait d’union
visivo fra i due mondi: i pesci che nuotano, il gabbiano che divora i
resti del pesce, il topo spaventato dal temporale); la morte (il pesce
divorato dal gabbiano, i quarti di carne bovina esposti sulle bancarelle,
le ossa ed i teschi umani ripresi in primo piano). E, come in tutte le
opere del regista veneziano, lo sguardo è sospeso, osserva e descrive,
talvolta in modo crudo, senza esprimere giudizi soggettivi.
Madre delle Muse, Mnemosyne, Memoria, è la divinità che
ispira i poeti, colei che, possedendone lo spirito, li guida lungo gli
imperscrutabili enigmi del tempo e della vita. Suo è il dono di
schiudere all’uomo lo scrigno dell’origine, del tempo che
viene prima di ogni tempo, dell’universo alla sua prima alba, prima
che Chronos divoratore inizi la propria opera distruttrice. Non più
il tempo “spazializzato”, per dirla con Bergson, fatto di
istanti immobili, secondi, minuti, ore, giorni, e mera quantificazione
numerica del divenire meccanico che ripete le nascite, i percorsi terreni,
le morti, ma Aion, il tempo di ciò che perdura, il tempo del sempre
essente, che, grazie alla memoria, è in grado, circolarmente, di
costituire un unicum conchiuso. Non più ricordare un prima in funzione
di un adesso e di un dopo, ma collocarsi in un da sempre che non ci riguarda
individualmente, in quanto votati alla morte, ma ci coinvolge nella coralità
della vita, sublime e terribile, straziante eppure magnifica, colma di
disperazione e ciò nonostante degna di essere custodita fino all’ultimo
istante; continuo dia-logos espressivo, emotivo, affettivo, carnale, sensuale,
amoroso. Di qui l’urgenza, da parte di Mario Brenta e di Karine
de Villers, di realizzare qualcosa di massimamente distante dal mero antiquariato,
dal semplice storicismo o, ancor peggio, dall’aneddotico, per testimoniare
invece ad un tempo la distanza incolmabile fra presente e passato, l’impossibilità
di ricollocarsi in una falda di passato ormai irraggiungibile, ma anche
la capacità del cinema di esprimere l’indicibile, di mostrare
l’invisibile, e con ciò stesso di creare una poesia dell’universale.
Non cronaca o racconto, ma lavoro sull’immagine, sulla parola e
sulle dinamiche che le legano e le allontanano. In un luogo privo di evento,
è l’assenza stessa a marcare l’evento che non ha più
luogo, che non può più aver luogo, ed ecco che la voce off,
che poi è quella di Mario Brenta, lungi dall’essere mero
accompagnamento didascalico alle immagini, crea con esse una tensione
mai placata, mai del tutto risolta, ma capace di evocare l’invisibile,
il fuoricampo/fuori tempo di qualcosa che non è più.
È con Eros soprattutto, con la seconda forma di mania, che l’uomo
è in grado di schiudersi alle cose, all’essere, di innestarsi
su quei cardini vitali che lo rendono partecipe della “carne del
mondo”, per dirla con Merleau-Ponty, e dell’assoluto, che,
pur sfuggendo, è attingibile, può essere sfiorato e magari
accarezzato, attraverso l’apertura e lo iato che separano i viventi.
Io non sarò mai l’altro (nessun altro) e per questo, grazie
a questo, rinuncio a ciò che solo illusoriamente mi compete, vale
a dire la possibilità di pormi come soggetto assoluto, sguardo
onnisciente ed onnipotente sulle cose, per calarmi pienamente nel mio
esserci vitale/mortale, per riconoscere la mia esiguità che è
allo stesso tempo la fonte della mia ricchezza di vivente. Ogni tocco,
ogni sguardo, ogni gesto di chi ci accompagna su questa terra, ci fa dimenticare
la nostra condizione di “uomini che non c’eravamo” facendoci
cominciare semplicemente e meravigliosamente ad essere. Non più
l’artista plasmatore e dominatore del reale - non importa se attraverso
l’illusoria immortalità dell’opera pittorica, o quella
forse ancora più ingannevole legata alla riproducibilità
del mondo attraverso la tecnologia, cioè il cinematografo –
ma l’uomo e l’umano, o per usare ancora le parole di Merleau-Ponty:
“[…] il presente e il passato, come insieme confuso dei corpi
e degli spiriti, promiscuità dei volti, delle parole, delle azioni,
legati l’uno all’altro da quella coesione che non può
essere negata loro giacché essi sono tutti delle differenze, degli
scarti estremi di un medesimo qualcosa.”
Ecco che forse, allora, non vi è alcuna difesa contro Chronos,
e nemmeno la forza del cinema o della pittura possono tanto, ma entrambe,
insieme a tutte le altre forme espressive, possono aiutare l’uomo
ad aprirsi all’essere, al mondo, attraverso il taumaturgico potere
di Eros e di Mnemosyne splendidamente evocati (il primo direttamente,
la seconda in quanto causa della visione del poeta) dalle parole di Esiodo:
“Prima di ogni cosa fu il Caos, poi venne la Terra dall’ampio
seno e l’Amore che eccelle fra gli dei immortali”.
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